LA REGRESSIONE IPNOTICA 
 

Ci sono principalmente due modi di richiamare il passato della nostra vita nell’attualità del presente: la regressione, in cui il soggetto rivede il suo passato con atteggiamenti, senso critico e sentimenti del presente, e la rivivificazione, in cui il paziente si comporta, si esprime e sente come nell’epoca passata a cui è tornato. Nel primo caso (il più frequente), il soggetto, favorito dall’isolamento sensoriale della trance ipnotica e dalla maggiore capacità di attenzione e concentrazione mentale di questo stato, diventa capace di ricordi che nello stato di veglia rievocherebbe molto più difficilmente. Invece nel caso della rivivificazione il paziente diventa capace non solo di ricordare, ma anche di rivivere alcune situazioni somatiche e viscerali proprie di età passate, anche se a volte è difficile stabilirne l’autenticità. 
 
 

Come può  essere utilizzata la regressione in ipnosi: 
 

-ritrovare avvenimenti positivi, gratificanti, piacevoli, momenti in cui si è vissuto un benessere profondo, che può essere “ancorato” e utilizzato come risorsa nel presente, come forza a cui attingere.

-ritrovare risorse: ad esempio quando un paziente ha paura di non riuscire a fare qualcosa, far ritrovare la forza innata, la libertà da condizionamenti negativi, far in modo che si riappropri della spontaneità, semplicità e naturalezza originaria nell’affrontare compiti e apprendimenti (da piccoli non c’era ancora la paura di non essere capaci di fare qualcosa, l’insicurezza, il timore del giudizio, pensieri e paure che sono frutto di condizionamenti successivi). Se un paziente è convinto di non essere in grado di fare una determinata cosa, si vanno a cercare situazioni in cui l’ha fatta spontaneamente, in modo che possa riprendere quella capacità, quella risorsa. Si possono far rivivere momenti in cui da bambino ha imparato cose molto complesse, come leggere e scrivere, o camminare… cose che adesso sembrano semplicissime, che facciamo meccanicamente, in automatico, ma che un tempo sono state molto difficili da apprendere, eppure da bambini piccoli lo si è fatto spontaneamente, senza fatica.

-risalire ad una ferita o ad un trauma del passato per dargli una connotazione emotiva diversa, elaborarlo, permettere alla persona di maturarlo e assimilarlo, integrandolo nella personalità adulta. Mentre episodi e situazioni piacevoli vengono fatti rivivere pienamente, se si deve risalire a traumi o problemi, si fa in modo che il paziente non li riviva tali e quali, ma li rielabori emotivamente e li riveda come se stesse guardando un film, dal di fuori, con distacco. Per rielaborarli si può invitare il paziente a consolare se stesso bambino, oppure si può usare l’ironia per sdrammatizzare, si può rivedere la sua interpretazione di un episodio, ecc. Tanti fatti negativi vissuti possono, ad esempio, essere rivisti come esperienze, occasioni di apprendimento (la sofferenza, una volta superata o elaborata, rafforza e arricchisce), compiendo una “ristrutturazione”. Ogni esperienza è vissuta in modo del tutto personale, con significati, emozioni, elementi propri di ciascun individuo, ed è l’insieme dei ricordi di una persona che costruisce la sua storia, la sua vita, non i fatti in sé: conta soprattutto come li ha vissuti e come li ricorda, non come si sono svolti oggettivamente. Un episodio vissuto da qualcuno in modo traumatico può essere un inconveniente spiacevole per un altro, o addirittura un fatto neutro, a seconda delle risorse interiori di cui dispone l’individuo (la “resilienza”), del suo contesto di vita, ecc. Se non è possibile cancellare un evento doloroso dalla vita del paziente, modificarne il vissuto che lo ha accompagnato può avere effetti molto benefici sulla sua condizione attuale, può essere un’opportunità per riscrivere una pezzo della sua vita e della sua storia, per “riavvolgere il nastro” e ottenere sviluppi diversi dal percorso di sofferenza o di patologia scaturito dal vissuto originario.

Un trauma deve essere elaborato, altrimenti crea un blocco, è una situazione irrisolta che genera malessere, anche se il sintomo, la sofferenza che la persona manifesta può non essere immediatamente riconducibile a quel trauma o a quella situazione. Nell’elaborazione di un trauma si ristrutturano gli elementi dolorosi. A volte un problema, un disturbo, ad esempio una fobia, può essere risolto anche senza bisogno di risalire alla sua origine, ma il paziente lo può chiedere, può essere curioso di sapere come è nato. Altre volte invece può essere indispensabile trovare il momento della nascita di un problema e rielaborarlo.

-togliere blocchi, limiti appresi, apprendimenti sbagliati su di sé e sul mondo, riattivando ricordi di quando il paziente era ancora libero da idee e condizionamenti che generano ansia, insicurezza, frustrazione, paura, ecc., facendolo regredire ad un’epoca in cui questo materiale non era ancora stato registrato. Si può far immaginare la mente come uno schermo bianco, una lavagna pulita (come la mente di un bambino molto piccolo), su cui incominciare a scrivere concetti e messaggi positivi.

-“correggere” esperienze emotive negative, colmare vuoti e carenze aggiungendo elementi terapeutici, correggere o eliminare messaggi negativi. Si può far immaginare di prendersi cura del proprio “bambino”, una volta ottenuta la regressione, occupandosi di lui, dei suoi bisogni, dandogli ora quello che gli sarebbe servito un tempo per crescere in modo sano e sereno. Ad esempio, se il paziente ha vissuto una carenza nell’accudimento, una volta ritrovato il bambino triste, o ferito, o spaventato, gli si può far immaginare di prendersene cura, di coccolarlo, rassicurarlo, proteggerlo, o di introdurre una figura positiva, reale o immaginaria, che svolga queste funzioni.

-lavorare sull’identità, riportando alla luce, riattivando il nucleo originario del Sé, quello più autentico, coperto da stratificazioni successive che hanno formato la “personalità” (regole, idee, istruzioni su come si deve essere e su ciò che si deve fare, insieme di comportamenti e atteggiamenti ritenuti giusti, appropriati, ecc., che non corrispondono però alla vera natura dell’individuo). Andando a vedere cosa c’è sotto a questi strati, si permette alla persona di riacquistare consapevolezza della sua identità, di ciò che è e di ciò che vuole veramente, dei suoi bisogni più profondi, ecc. Per ritrovare questo nucleo profondo dell’identità, si può accedere a ricordi d’infanzia legati a spontaneità, autenticità, vitalità, coraggio, libertà, forza…

In seguito si può lavorare sulle “sovrastrutture”, invitando il paziente “adulto” a distinguere ciò che gli appartiene da ciò che ha accettato passivamente, senza dover necessariamente rifiutare tutto quello che gli è stato insegnato, ma tenendosi quello che per lui è giusto, utile, positivo, ha valore, ecc.